Privacy Policy
Home > Consapevolezza > Se ti dico Modena e Reggio?

Che cosa rende indimenticabile la tua città? Qual è il luogo del tuo cuore? Ecco cosa ci avete risposto

Le città sono molto più dei monumenti e delle piazze: sono luoghi che ci regalano emozioni. Per questo abbiamo chiesto a chi abita nelle province di Modena e Reggio di raccontarci il proprio ‘luogo del cuore’, quello che amano particolarmente e rappresenta, per loro, la città in cui vivono. Ci siamo confrontati con persone nate e cresciute qui, trasferite nelle nostre città per lavoro o che sono cresciute qui ma poi hanno deciso di vivere altrove.

“Il mio luogo del cuore a Reggio Emilia è la biblioteca Panizzi, in via Farini – racconta Adriano Arati, giornalista -. Per un montanaro sceso nella “grande città”, per così dire, era un paradiso. Un grande e bel palazzone nel cuore del centro storico, con infinite stanze in cui trovare, oltre ai libri, tantissimi fumetti, dischi e riviste di ogni genere. Una novità, per molti versi, condita dal fascino del palazzo antico. E dai tanti chiostri interni. Le mie passioni erano due. In estate, arrivare presto, andare nel giardino interno, scegliere un posto all’ombra e passare la mattinata a leggere. Di sera, aspettare la tarda ora di chiusura navigando fra i fumetti. Ora la Panizzi è ancora più grande, ancora più efficiente. Forse fa meno “vecchio palazzone”, ma va bene così!”.

“Lido Po di Guastalla è il mio luogo del cuore – ci dice Andrea Bellani, responsabile Area Progettazione e Sviluppo CSV Modena – perché in tutte le età della vita è stato meta di camminate e pedalate insieme agli affetti più cari, la famiglia, gli amici, gli amori. Perché, nonostante apericena, lounge music e vita bassa, è ancora un buon posto per fare baracca. Perché i filari regolari di pioppeti aiutano a mettere un po’ d’ordine e ci sono ancora le zanzare autoctone, che vengono fuori di sera. Perché mio nonno Ivan, partigiano, ci ha fatto il pontiere a metà del secolo scorso. Perché il Po sa essere placido e furioso, lento e implacabile, affascinante e contaminato e mi ricorda l’attenzione e il rispetto che si deve portare alla natura. E’ il mio luogo del cuore perché il fiume continua a scorrerti dentro, ovunque tu sia, a scandire il tempo e ricordarti delle radici”.

“I vicoli… questi sono il mio luogo del cuore – spiega Serena Galeazzi, commerciale di Boretto – perché Reggio Emilia e’ da girare a piedi o in bicicletta, perdendosi. Gira di qua, gira di la, sinistra, destra e poi ancora sinistra…Via Toschi, Via San Carlo, Via San Pietro Martire, Via Guido Migliorati, Via Squadroni, Via Fornaciari, Via San Rocco, Vicolo Folletto, senza meta, a casaccio, con la nebbia o con l’afa, senza anima viva o con il mondo in piazza, scoprendo localini da metropoli, negozi di artigianato, botteghe di antichi mestieri, laboratori d’arte e fotografia. Scovando scorci suggestivi ed insoliti come Via dei Due Gobbi ed il suo atelier, una vecchia casa su tre piani con le balconate affacciate su un piccolo e raccolto cortile interno, protagonista alternativa del circuito “off” dell’evento Fotografia Europea”.

“Senza alcun dubbio Piazza Fontanesi – racconta Valentina Molesini, insegnante di Boretto -. E’ un piccolo scrigno segreto che non ti aspetti: camminando tra i portici nelle sere invernali puoi notare, attraverso le luci dei lampioni, la prima neve che scende. Durante l’estate è gremita di persone che si riversano qui nonostante la calura agostana. Penso ai concerti improvvisati nella piazzetta o alle birre fresche consumate sulle panchine, agli alberi che offrono riparo dai raggi del sole e alle chiacchiere spensierate con gli amici”.

E c’è chi a Reggio approda da molto lontano, come Eva Lara Menares che dal Cile si è trasferita a Carpineti e ad oggi fa servizio civile alla Casina dei bimbi

“Il mio posto preferito a Reggio è casa Bettola. È una delle organizzazioni più accoglienti che io abbia mai visto. Hanno un sacco di idee carine e qui puoi incontrare tantissime persone che hanno viaggiato e stranieri da tutte le parti del mondo. C’è sempre possibilità di confronto, di imparare cose nuove e passare momenti intensi con gente simpatica e sorridente”.

Per quanto riguarda Modena il mio posto preferito è il parcheggio dell’Istituto Guarini, in viale Corassori – dice Chiara Tassi, giornalista modenese -. Un luogo del cuore insolito perché tutto chiuso tra cemento e case, a pochi passi dal ben più bello Parco della Londrina. Ma lì, su quei marciapiedi, sotto la pensilina dell’edicola chiusa, ho passato gran parte delle serate della mia gioventù. La compagnia del Guaro, ci chiamavano. E noi ne andavamo fieri. Lì il ritrovo per due chiacchiere dopo cena, che anche se non ti mettevi d’accordo sapevi che al Guaro c’era sempre qualcuno pronto ad ascoltarti. Lì le sigarette fumate di nascosto, le canzoni a palla dalle casse delle nostre macchine appena prese. E le urla di “Gino”, un vecchietto che aveva la sfortuna di abitare proprio nell’appartamento dietro l’edicola, che tenevamo sveglio ogni fine settimana fino a tardi con le nostre urla. Scusa Gino, te lo chiedo ora, ma sappi che anche tu sei rimasto nel mio cuore”.

“Il Parco Amendola e il Bonvi Parken – ricorda Angela Artusi, coordinatrice dei progetti di innovazione sociale, nata e cresciuta a Modena -. Mi riportano indietro alle estati delle prime uscite serali con gli amici, quando un ghiacciolo al bar costava 500 lire. E come dimenticare i “turni” ai tappeti elastici? Non più di 10 minuti, che diventavano regolarmente il doppio (o il triplo). Adesso ci vado a correre, intorno alle collinette e ai laghetti. Non ricordo un tempo in cui questi luoghi non abbiano fatto parte della mia vita”.

“Il parco Amendola è stato per me un giardino di casa privo di recinzioni – racconta sorridente Simona Rotteglia, architetto modenese cresciuta nei palazzi in fondo a via Mantegna proprio adiacenti al parco -. Le prime discese in bob sulle colline innevate, i numerosi compleanni, gli innamoramenti fugaci e non, le birre che hanno accompagnato le chiacchiere con gli amici sotto la ‘uedra’, le corse, il piacere di trovare conforto sotto un albero o sdraiandosi sull’erba, la visione dei mondiali sull’’onda’, i ping pong  e tanto altro sono state tutte esperienze ordinarie ma indimenticabili, delle quali il parco è stato teatro”.

“Via Carteria e in particolare il Bar Malagoli gestito dal mitico Cesare e da sua moglie – racconta senza esitazione Marco Formisano, architetto cresciuto tra Modena e Parma -. Quando ero piccolo mia mamma mi portava sempre lì dopo la scuola perché abitavamo nella via. Se poi doveva fare una commissione mi lasciava li a giocare a carte ad asso piglia tutto. I signori del bar mi facevano sempre vincere e mi pagavano il Bif. È uno dei pochi luoghi dove ancora si sente l’aria di quartiere/paese e quando mi capita di ripassare di lì vado a salutare Cesare che ancora mi chiama ‘trappolo’, come quando ero bambino”.

“A costo di essere banale devo dire il Duomo – spiega Gianni Bonacini, ingegnere in pensione nato a Modena ma trasferito a Bologna per amore -. Forse perchè è sempre uguale e dà un senso di continuità e comunità. Anche se non sono religioso, mi piace l’atmosfera, la penombra. Non accendo candele a san Geminiano, ma ricordo che le candele mi lasciavano a bocca aperta quando ero piccolo. Faccio foto, poi mi accorgo che sono sempre uguali. Mi affascina il pontile con i bassorilievi sopra l’altare”.

Nei pressi di Rua Muro, c’è un luogo, in fondo al meraviglioso cortile della sala Truffaut  dove io e le mie bimbe non dimentichiamo mai di fermarci quando siamo da quelle parti – ci spiega Paola Ducci, nata e cresciuta a Brescia ma trasferita a Modena -. Nascosto sulla parete di un vecchio muro c’è un graffito dal colore tenue ma dal significato profondo che domina la parte più nascosta del cortile: una colomba della pace, ma a metà, simbolo forse di una pace che è da sempre solo un’utopia”.

You may also like
Primavera in allegria
Reggio Emilia senza più barriere
Fiera dei Miracoli
Ascoltarsi e dare valore