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Lavorare dentro: idee dal Sant’Anna

Le possibilità di lavoro in carcere e le prospettive di riscatto attraverso questa opportunità

Due complessi, il primo con 6 sezioni maschili (5 custodia aperta e una chiusa) più una femminile a custodia aperta; il secondo con 3 sezioni maschili aperte. In più una sezione per semilibertà e ammessi al lavoro esterno. 458 uomini e 43 donne, mentre i posti disponibili sarebbero 352 e 36. I detenuti definitivi sono 275 uomini e 18 donne (88 hanno la fine pena entro un anno, per gli altri la media è di due anni), 183 imputati reclusi sono uomini e 25 donne. Sono i numeri della Casa Circondariale di Sant’Anna a Modena, per i non addetti ai lavori e più crudemente il carcere modenese. Numeri forniti dalla stessa direttrice, Rosa Al-ba Casella, alle imprese aderenti all’Associazione Modenese per la responsabilità sociale d’impresa in visita alla struttura di detenzione.
“I definitivi avrebbero l’obbligo di lavorare, ma ogni mese ne lavorano 75 prevalentemente in attività domestiche. Oggi – puntualizza la direttrice – l’unico datore di lavoro è l’istituzione penitenziaria. I detenuti fanno pulizie, cucinano e lavorano anche nelle aree coltivate dentro l’istituto. Produciamo ortaggi e frutta biologici, con 8 detenuti che lavorano. In totale gli stranieri in carcere sono oltre il 60%, molti senza punti di riferimento, non fanno colloqui, non hanno risorse… la carcerazione diventa doppia: chi non ha soldi in carcere è nettamente in condizioni peggiori rispetto agli altri, c’è una sperequazione netta tra chi può comprare qualcosa e chi no. La barriera linguistica rappresenta un altro problema, anche per il lavoro esterno. Pensate che il tasso di recidiva è sul 70% per chi è solo detenuto, ma crolla al 15% per chi fruisce di misure alternative”. Casella è una persona determinata e, come racconta lei stessa, “mi sono dovuta reinventare imprenditrice” proprio per gestire l’area coltivata. “Assumiamo in regola, naturalmente, ma al di là dei diritti i detenuti che lavorano hanno presente che il lavoro può dare soddisfazione se vedono il risultato. I prodotti del tenimento agricolo sono venduti tramite Coop Italia e vengono confezionati in vaschette secondo le richieste della stessa cooperativa. Non si tratta di assistenzialismo ma di un lavoro al pari di quello che fanno le persone normoinserite. Il detenuto che esce deve sapere stare nel mondo del lavoro e questo non è scontato”.
Modena non è certamente l’unico carcere dove ci sono esperienze di lavoro: a Bologna, ad esempio, vi sono grandi aziende meccaniche con alcuni tutor anche aiutano i detenuti a imparare il mestiere, si tratta in quel caso di dipendenti in pensione. A Forlì, invece, c’è l’esperienza di Mareco Luce, raccontata dall’imprenditore, Gigi Mongardini: “Facciamo lavorazioni a costi relativamente bassi, non è una questione di fare del bene. Abbiamo risposto a una esigenza che ci è stata manifestata e possiamo gioire nel creare opportunità di lavoro: l’obiettivo è lasciare il mondo un po’ migliore di come l’ho trovato”. Grazie a un ente di formazione, alla direzione del carcere, al coinvolgimento di ufficio del lavoro e sindacati (sono stati definiti insieme stipendi e modalità di assunzione) e a una cooperativa che fa da gestore, da molti anni Mareco Luce dà da lavorare a detenuti dell’istituto di pena romagnolo. “Il fatturato è di 60mila € e la cooperativa che gestisce ha chiuso con 15mila € di utile. C’è una rete di sostegno che lavora attraverso le possibilità della normativa per una sostenibilità economica. Chi esce e ha lavorato con noi viene tenuto per tre quattro mesi per dar modo di guardarsi intorno. Mi piacerebbe moltissimo tornare all’inaugurazione di un nuovo laboratorio nel carcere di Modena”.
Anche Francesco Pagano, dalla cooperativa Giorni Nuovi, offre opportunità di lavoro ai detenuti modenesi: “Prima avevamo solo volontari, ora abbiamo una piccola cooperativa con micro attività artigianali. L’ultima commessa è stata con una azienda che produce presepi. La prospettiva del lavoro – conclude Pagano – dà senso alla loro vita”.