Privacy Policy
Home > SOCIETÀ > La città da fotografare

A caccia del linguaggio dei luoghi, in grado di svelare una città in modo originale

“Trovo affascinanti gli spazi urbani abbandonati perché conservano sempre una storia fatta anche delle persone che hanno abitato o lavorato dietro questi muri, così come trovo estremamente affascinanti i cimiteri e gli ex penitenziari, due insolite chiavi interpretative di una cultura o di una intera società. Durante un viaggio, preferisco fotografare più gli spazi che le persone perché i luoghi hanno un linguaggio proprio e possono raccontare la città che stai visitando in maniera originale. Sono spesso considerati un personaggio marginale all’interno di una storia, ne sottovalutiamo l’importanza. Questo aspetto si traduce anche quando fotografo le persone perché mi concentro sulle presenze ai margini e sulle solitudini, esattamente il contrario di quello che sono i soggetti al centro del mio lavoro”.

Erika Zambelli, 37 anni, di Sant’Agata Bolognese, un piccolo spazio urbano esattamente al centro tra Modena e Bologna, nella vita lavora in uno studio fotografico che si occupa principalmente di matrimoni mentre nel “sempre troppo poco tempo che abbiamo al di fuori del lavoro, cerco di recuperare uscite, concerti e serie tv senza alcun criterio logico e sovrapponendo spesso le cose. Sto, però, studiando il modo per raggiungere il dono dell’ubiquità – sorride Erika -. E parto tutte le volte che posso e amo moltissimo leggere che, forse, è la cosa che più si avvicina a viaggiare”. Ad Erika piace scegliere grandi città come meta di un viaggio, soprattutto quando viaggia da sola. “Perché non dormono mai  – dice – e questo le rende sempre diverse ogni volta che ritorni, perchè l’offerta culturale è vastissima e puoi ritrovare la diversità identitaria di ogni quartiere nelle persone che incontri. Mi piace viaggiare con gli amici con cui condivido da sempre la dimensione viaggio. Amo però molto anche viaggiare da sola perchè ti fa concentrare sulle cose essenziali di cui hai bisogno in quell’esatto momento; è esaltante.

Non saprei indicare una città che mi ha colpito più delle altre, probabilmente parlerei sempre dell’ultima che ho visto in ordine cronologico. Posso dire che, tra quelle che mi vengono subito in mente, ho amato e odiato Londra perché è difficile abitarci, ma non puoi più fare a meno di tornarci. Mi trasferirei senza pensarci a Seattle perché è stato uno dei miei primi viaggi “seri” in cui ho capito l’importanza della giusta colonna sonora durante un viaggio e ho scoperto il fascino della geografia culturale. Tornerei a Tucson che ricordo come una delle città più aperte mentalmente all’interno di una dimensione difficile come quella dei luoghi di confine o a New Orleans per la ricchezza culturale e perché, forse, a contatto con il mondo degli spiriti ci entri davvero. Gerusalemme mi ha lasciato con una lista interminabile di libri da leggere e la consapevolezza che capire i posti è difficilissimo e tornerei a La Paz perché ci sono passata velocemente nel mio ultimo viaggio, ma merita più tempo da dedicarci”. E poi ci sono Modena e Reggio Emilia, “due città  – racconta Erika – a cui sono legata perchè sono state la scenografia dei mie anni delle superiori; a loro associo le mie amicizie più strette. Queste due realtà sono cresciute in questi anni: hanno saputo lavorare sulla ricchezza del proprio territorio e sulle offerte culturali ma, soprattutto, si sono inserite all’interno di percorsi più ampi che sanno valorizzare gli aspetti dell’immaginario emiliano, un immaginario fatto di cibi, sole e nebbia, sapori, lavoro quotidiano e accoglienza, un immaginario però legato ad una dimensione performante capace di coniugare tradizione antiche e stimoli esterni”.