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Attenti al lupo, attenti all’uomo

“Lupi e donne sono affini per natura, sono curiosi di sapere e possiedono grande forza e resistenza. Sono profondamente intuitivi e si occupano intensamente dei loro piccoli, del compagno, del gruppo. Sono esperti nell’arte di adattarsi a circostanze sempre mutevoli; sono fieramente gagliardi e molto coraggiosi. Eppure le due specie sono state entrambe perseguitate”.
Queste parole della psicoanalista junghiana, Clarissa Pinkola Estés, autrice del libro ‘Donne che corrono con i lupi’, ci riportano a una questione eterna, mai risolta, quella del rapporto dell’uomo con il selvaggio, della convivenza pacifica tra essere umano, animale e natura. Ne è un esempio la recente discussione sugli abbattimenti regolari dei lupi prevista dal “Piano per la conservazione e gestione del lupo in Italia”, piano che è stato rinviato con voto unanime lo scorso 2 febbraio grazie anche alla mobilitazione di associazioni animaliste e parte della società civile.
Chi meglio del lupo può rappresentare ai nostri occhi la forza della natura selvaggia? Una natura che da un lato ci attira, la sentiamo un po’ nostra, e dall’altro ci spaventa, ci turba, ci sgomenta.
“La donna sana assomiglia molto al lupo: robusta, piena di energia, di grande forza vitale, capace di dare la vita, pronta a difendere il territorio, inventiva, leale, errante. Eppure la separazione dalla natura selvaggia fa sì che la personalità della donna diventi povera, sottile, pallida, spettrale”. Ancora la Estès ci ricorda come il progressivo soffocamento della nostra anima selvaggia ci porti a vivere “affogati nella routine domestica, nell’intellettualismo, nel lavoro o nell’inerzia”.
Società e selvaggio, uomo e lupo… una convivenza a tratti difficile ma possibile, che non può risolversi con una eliminazione a prescindere di ciò che ci spaventa.
“Il lupo, senza dimenticare il sacrosanto diritto-dovere dei pastori a tutelarsi e ad avere rimborsi per i danni – così riporta lo scrittore Carlo Grande sulle pagine de La Stampa -, richiede un dibattito aperto, senza isterie, che consideri le esigenze di umani, habitat e animali. Il ‘figlio della notte’ è un simbolo di natura selvaggia che va gestito senza allarmismi […]. Basta con ‘al lupo, al lupo’, la convivenza è possibile senza scomuniche o santificazioni. Il lupo deve rimanere nelle nostre valli, non è un malvagio assetato di sangue; uccidendo i lupi, uccidiamo una parte indispensabile di noi stessi. Lo sanno le Donne che corrono coi lupi, non si può ridurre tutto a un brutale conteggio di capi, a un calcolo economico.
Se Cappuccetto Rosso si riconcilia con il lupo, lo può fare anche il cacciatore. Perché il lupo, dice il libro, con il suo ululato pone la domanda più importante. Dal folto della foresta chiede: ‘Dov’è l’anima?’”.